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IL PALADINO  Articoli, interviste, notizie, rubriche                  
 numero  4

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"MEMORIAL GAETANO PUGLISI” e premio VITARTE 2013


    Al Palazzo municipale di San Giovanni La Punta (sala consiliare) il 18 dicembre 2003 si sono consegnati i premi di “VITARTE”2013. La serata era organizzata dall’Associazione Culturale Carretto Arte Sicilia.
    Fra gli ospiti anche il Maestro Salvo Mangano che si è esibito in una performance con i pupi siciliani.
Ecco alcune foto della manifestazione gentilmente concesse da Domenico Puglisi.







 

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Poesie dialettali di Salvo Mangano recitate da Saro Napoli

     
     

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A Rosetta

A Mary

A Pina

     

Ed era il tempo

Fantasia di sonnu

Sensu

     
 

Lu Jocu

 
     

 

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Grande interesse per l’articolo/racconto
“I Paladini, cavalieri con la brunia”



    Grande sorpresa ma un grande interesse ha suscitato l’articolo/racconto “I Paladini, cavalieri con la brunia”.
    Ma quali affermazioni conteneva l’articolo?

1) Che le armature dei pupi siciliani che ammiriamo nei teatri dell’Opera sono errate e di epoca posteriore a quella di Carlo Magno.
2) Che la celata mobile delle attuali armature dei pupi ai tempi di Carlo Magno non era stata ancora inventata.

    Molte le domande da parte dei lettori/visitatori del sito. La più interessante: Come doveva apparire, allora, un Paladino, un cavaliere all’epoca di Carlo Magno?
    Lo scrivente è anche un appassionato e valente scacchista e un buon conoscitore della storia degli scacchi. Questa combinata passione (scacchi/pupi) (1) consente di rispondere a questa domanda con un preciso e valido esempio.



1 = Elmo aperto;
2 = Usbergo a brunia;
3 = Scudo bombato;
4 = staffa.



    E’ un pezzo della cosiddetta scacchiera di Carlo Magno. (2) Precisamente è il cavaliere (il Cavallo nell’odierna terminologia scacchistica). Nell’immagine, seppure imperfetta, si distingue la corazza a brunia, l’elmo che lasciava il volto scoperto, lo scudo bombato, la staffa. Tutti elementi caratterizzanti. (3) Nel gioco, la sottile e fragile lancia, soggetta facilmente a rotture durante le partite, è stata sostituita dalla spada.

    Sembra di leggere la Lassa CIV che traduciamo da “La Chanson de Roland”: La battaglia è terribile … il conte Orlando … colpisce con la lancia … al quindicesimo assalto la rompe e la lascia; sguaina Durlindana, la sua buona spada, sprona il cavallo contro Chernuble e lo colpisce. E anche la Lassa CV: Il conte Orlando cavalca nel campo di battaglia, stringe Durendal, affilata e tagliente, fa grande strage di Saraceni.

    Era forse questo l’aspetto dei cavalieri al tempo di Carlo Magno, era questo l’aspetto armato dei Paladini.
    Invito i meno convinti a visitare l’armeria Reale di Torino fondata dal re Carlo Alberto nel 1833.

    “Il Romanticismo che esaltava tutto ciò che aveva sapore medievale, diede il suo tocco inconfondibile trasfigurando costume e perfin costumi di quella ferrea Età di Mezzo … Angelica, nei teatrini dei pupi siciliani, sarebbe apparsa simile più a una dama del Dolce stil novo contemporanea di Dante che di Carlo Magno. Questo sbalzo di cinque secoli all’incirca era in parte dovuto alla trasfigurazione romantica dei soggetti, sia dal punto letterario e concettoso, sia dal punto di vista esteriore" scrive Dora Eusebietti a pagina 166 del suo Piccola storia dei burattini e delle maschere ( SEI, Torino, 1966).
    Concordiamo nel giudizio. Non fecero errori gli antichi costruttori dei primi pupi ma una precisa e consapevole operazione di “trasfigurazione”.
    E, dunque, chiamiamoli, ormai, paladini con la brunia, cavalieri con la brunia e continuiamo ad amarli e ammirarli in questa loro lucente trasfigurazione.
    Senza nessun rimprovero a nessuno. Anzi.
    I nostri pupi sono e resteranno, come scrive la grande scrittrice Marguerite Yourcenar “sublimi nella loro ingenuità” (4).
    E, conoscendoli di più, come spero aver contribuito a fare, li ameremo e apprezzeremo ancora di più.

13/01/2014
Carmelo Coco

Note:
1) E’ la terza volta che gli scacchi s’intrecciano piacevolmente con i pupi siciliani (la prima volta durante lo spettacolo del 2009 “Macalda Scaletta, ‘a prima scacchista siciliana”, poi nello spettacolo “Il perfetto Ouroboros” nel quale Peppininu discute, con Don Chisciotte, sulla similitudine tra uomini, scacchi e pupi.
2) Pezzi in avorio conservati al Musée des monnaies, médailles et antiques, Parigi, Francia. Gli storici li attribuiscono a manifattura dell’XI secolo.
3) Ad esempio, i cavalieri di Carlo Magno usavano già la staffa: Lassa CCXXV: Sale il re Carlo sul suo veloce cavallo. Namo e Jocerans gli reggono la staffa (estreu); Lassa XXVII Gano fissa gli speroni d’oro, cinge al fianco Murglies la sua spada, monta su Tachebrun, il suo cavallo. Suo zio Guinermer gli tiene la staffa (estreu).
La brunia (usbergo) francese doveva competere con quello pagano. Come sappiamo dalla Chanson de Roland, Lassa LXXIX, I pagani indossano gli usberghi saraceni, che sono tutti a doppia o tripla maglia.
4) Marguerite Yourcenar, En Pèlerin et en étranger, Gallimard, Parigi, 1989. Ricordiamo che la grande scrittrice è stata la prima a riconoscere il debito di riconoscenza che la Francia deve al nostro teatro dei pupi (I Pupi Siciliani nella Letteratura, nel Teatro, nel Cinema, nella TV e nella Musica, 2012).

 

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Regalate pupi siciliani a Natale

    Nel Natale del 1952, secondo un vecchio numero della seguitissima rivista della milanese Garzanti Illustrazione Italiana, si regalavano pupi siciliani. E oggi?
    Una tradizione da riprendere e riproporre. Questo Natale ci sarà un pupo in ogni casa siciliana?


I migliori auguri da parte di tutta la Compagnia Teatrale Opera dei Pupi “Il Paladino” di San Pietro Clarenza



Illustrazione Italiana, Anno 79 n. 12 dicembre 1952
    La didascalia recita:
    Dicembre è il mese delle strenne. I nostri bambini attendono impazienti: ma non tutti sognano trenini e cappelloni da cow-boy. Anche in questo c’è chi è restato fedele alla tradizione nazionale e desidera i vecchi Paladini di Francia, frutto dell’incantevole arte dei nostri artigiani del Mezzogiorno.




         

      
 C. Coco

 

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   Natale con i pupi a Misterbianco.

 

La "Natività", rappresentazione con i pupi siciliani al Salone Teatro Don Bosco - Domenica 22 dicembre 2013. Primo spettacolo ore 16,30, secondo spettacolo ore 20,00.

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I paladini, cavalieri con la brunia (1)


    Eccomi in Francia, la sontuosa e fascinosa Patria di Laforgue, di Ponson du Terrail, dei fratelli Montgolfier. E della Chanson de Roland, il poema da cui tutto ha avuto inizio: la storia dei pupi siciliani, la storia dei pupari.
    Ma niente m’interessa, né i poeti, né l’arte, né le invenzioni. Ho una sola meta, una sola tappa: Parigi, e lì il museo all’interno dell’edificio chiamato “Hôtel des Invalides”.
    Ho trascorso intere giornate seduto ai tavoli di lettura delle più importanti biblioteche Europee alla ricerca di un indizio sicuro, di una iconografia datata in maniera certa.
    Adesso, il costruendo museo delle armi, è il posto adatto per fugare ogni dubbio. Oggi, la ricerca si può concludere con una certezza inattaccabile.

    Giro a lungo per le sale, cercando di frenare l’impazienza.
    Dappertutto ci sono armi e armature.
    Scorgo un cannone napoleonico, in un angolo, con una piccola piramide di palle di cannone. Tutto grida guerra. Basta chiudere gli occhi un attimo e si ha l’impressione di essere catapultati in una guerra antica. Eserciti contrapposti, scoppi di granate o colpi di fucile, duelli all’arma bianca.
    E vicino, anzi dentro lo stesso stabile, la tomba di Napoleone!

    Attraverso la sala Francesco I che espone, in bella mostra, la ricca armatura equestre del re francese. E poi, disposti ad effetto, i manichini a cavallo (in fiero atteggiamento militare) raffiguranti la guardia reale del re Carlo X.
    Ecco la vetrina che mi interessa, ancora in allestimento. Ecco l’armatura, ecco il cavaliere con la brunia. Ecco la verità.
    Brunia (brogne o broigne) era chiamata l’armatura che indossavano i cavalieri di Carlo Magno.
    Erano giubbe di cuoio ben imbottite all’interno. All’esterno erano rivestite di scaglie metalliche. Erano così militarmente efficaci che Carlo Magno ne limitò il commercio e proibì l’esportazione. (2)
    Furono queste scaglie - e l’aiuto di Dio - a salvare Oliviero nel combattimento con Margariz a Roncisvalle. La lancia del pagano scivolò sulle scaglie senza entrare in profondità. (3)
    Dunque, erano queste le vere armature dei Paladini di Francia e non certo quelle rinascimentali che ammiriamo durante gli spettacoli dell’opera dei pupi. Quanta differenza!.
    L’antica armatura che sto osservando è completata da un elmo di forma conica.
    Pongo una precisa domanda al mio esperto accompagnatore.
    "Quando venne introdotta la celata negli elmi?"
    Risponde immediatamente.
    Per sicurezza, mi faccio ripetere la risposta.
    Quinzième siècle.
    La risposta non ammette errori o fraintendimenti.
    Ecco l’altra verità. Gli elmi francesi, al tempo di Carlo Magno, non potevano avere la celata mobile che venne introdotta solamente secoli più tardi.
    Quello che ho davanti, di corredo all’armatura con la brunia, infatti, è un elmo completamente aperto e presenta un semplice nasal, un coprinaso!
    Le armature dei Paladini che calcano i palcoscenici siciliani e napoletani sono, dunque, di tutt’altra epoca che quella giusta.
    Armature ed elmi con la celata sono completamente errati, di epoca posteriore.
    Lo sanno i costruttori dei pupi, lo sanno i pupari, lo sanno gli spettatori?
    Sotto quell’armatura con la brunia e quell’elmo aperto, immagino Orlando, Oliviero, Astolfo, Turpino, tutti e dodici i paladini e i cavalieri francesi.
    Un grido sembra ancora risuonare da quella armatura: Monjoie. Il grido gioioso della gioventù di Francia morta a Roncisvalle. (4)
    Chiudo gli occhi per imprimermi nella mente l’immagine di quell’armatura che mai vedrò al teatro dei pupi.
    Ci vorrebbe un angelo per cambiare le vecchie ed errate armature, per rivestire i pupi di brunie. Ci vorrebbe un angelo, come quello che si palesò a Rinaldo nella parte finale della Storia dei Paladini di Francia di Giusto Lodico. Conosco il passo a memoria: ”Perché altri non potrà fornirti di buona armatura ecco la tua, che per comando di Dio ho tolto a Raimondo scambiandola per altra a questa somigliante”.

    In treno, sulla via di ritorno in Sicilia, apro la grande valigia da viaggio.
    Prendo la copia della Chanson de Roland, rileggo qualche passo. Sono letteralmente innamorato di questo poema.
    Tra meno di due settimane il giornale per il quale lavoro uscirà (e proprio il 15 agosto!) con un numero speciale tutto dedicato alla battaglia di Roncisvalle.
    Sarà il 1.120° anniversario della tragica battaglia.
    Ho tempo per pensare all’articolo da scrivere, mentre questo serpente d’acciaio mi riporta a casa. Ricordandomi un altro serpente lucente: la schiera dei cavalieri francesi mentre si avviavano al passo di Roncisvalle.
    Ho tempo per pensare.
    Ma cosa scrivere?
    D’ora in poi, quando assisterò a qualche spettacolo dell’opera dei pupi, penserò: “Ecco Orlando, ecco il cavaliere con la brunia”.
    E speriamo che i pupari accolgano il mio invito, la mia precisa preghiera che lancerò dalle pagine del giornale: tenete sempre sollevata la celata degli elmi dei Paladini. Permetteteci di ammirare i loro fieri volti.

2 agosto 1898

1) Curiosamente brunia è parola di derivazione araba presente nel dialetto siciliano. Significa vaso, per lo più per alimenti.
2) La brunia venne usata anche dai fanti dell’esercito di Carlo Magno. Ne è testimonianza il fante (pedone) degli scacchi della cosiddetta scacchiera di Carlo Magno (Musée des monnaies, médailles et antiques, Parigi, Francia).
3) “Margariz sprona il cavallo e raggiunge Oliviero. Con un colpo di lancia gli rompe lo scudo, la punta scivola sul costato. Ma Dio non permette che la lancia perfori il corpo. L’asta si spezza. Oliviero è salvo”. (Lassa CIII - libera traduzione dell’autore da La Chanson de Roland). Ma nulla riuscì a fare l’armatura di lì a poco, quando il perfido Marganice lo colpì alle spalle. La lancia gli perforò l’osberc (l’usbergo, la brunia) penetrandogli nel costato. Oliviero capisce d’essere stato colpito mortalmente. Estrae la sua spada, Altachiara, e abbatte il pagano. (come nel racconto della Lassa CXLV e seguente. - libera traduzione dell’autore da La Chanson de Roland).
4) La spada di Carlo Magno, che cambiava colore trenta volte al giorno, era chiamata Joiuse. Nell’elsa dorata era incastonata la punta della lancia di Longino. Da Joiuse (gioiosa) i cavalieri francesi trassero il loro grido di battaglia: Monjoie.

 

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           Nuovo Repertorio per l'Opera dei Pupi  -  Vol. 2

Carmelo Coco



    Questo nuovo volume (disponibile a Natale) si sarebbe potuto intitolare “Le avventure di Peppininu” visto che i sei nuovi spettacoli hanno lui come protagonista.
    Peppininu (o il Famiglio), è la maschera popolare catanese che rappresenta la saggezza, la scaltrezza e la sagacia popolare.
    E’ un personaggio atemporale: pur vestendo abiti settecenteschi (livrea, parrucca, etc.) partecipa alle avventure dei Paladini di Francia di Carlo Magno. In Francia diventa una sorta di scudiero dei paladini Orlando e Rinaldo.
    Nello spettacolo “Da Catania a Parigi, le tappe del viaggio di Peppininu (arrancando sopra una gamba sola per tutta la penisola)”, l’autore ha raccontato come è arrivato da Catania a Parigi, narrando le tappe di questo avventuroso (ma anche divertente) viaggio che gli ha permesso d’incontrare alcune maschere della commedia dell’arte.
    L’autore vuol fare di Peppininu un vero protagonista/mattatore di una nuova serie di spettacoli per l’opera dei pupi.
    Ecco, allora, che Peppininu accorcia il proprio nome e diventa Pep, l’agente di Scotland Yard impegnato a collaborare a due divertenti indagini con Sherlock Holmes.
    Eccolo impegnato in un divertente recital poetico con poesie tradotte in dialetto siciliano.
    Eccolo rievocare aspetti della Catania di ieri che non si dovrebbero dimenticare.
    Eccolo in Cina ad aiutare il principe Calaf a risolvere il terzo enigma della principessa Turandot.
    Eccolo con Don Chisciotte a discutere di teatro e di filosofia.
    Ma Peppininu non si fermerà qui.
    L’autore sta preparando delle nuove sorprese.
    Al prossimo numero.

Contenuto del libro:

1) • Recital poetico
(Poesie di Dante Alighieri, Aleksander Blok, Guido Cavalcanti, Christine de Pisan, Christine Rossetti, Elizabeth Browning, Arthur Rimbaud, Giovanni Pascoli tradotte e recitate in dialetto siciliano. Con l’aggiunta di alcuni passi dal “Cyrano de Bergerac” di Rostand, da “La pelle di zigrino” di Balzac, da “Eugene Onegin” di Puskin, sempre in dialetto siciliano). Un ricco e divertente recital di poesie in dialetto siciliano.


(Trovate l'intero testo dello spettacolo nella rubrica "Testo spettacoli").


2) • Il perfetto Ouroboros ovvero il teatro dei pupi non morirà mai. Peppininu discute con Don Chisciotte sulla similitudine che lega gli uomini, gli scacchi e i pupi.


(Trovate l'intero testo dello spettacolo nella rubrica "Testo spettacoli").


3) • Quannu si vinneva cu la Puisia (Quando si vendeva con la Poesia). I venditori ambulanti, tempo addietro, vanniavanu, cioè gridavano a voce alta per vantare e vendere la loro mercanzia. Questa è la breve storia di due vanniaturi che le nostre madri e nonne, da bambine, udivano passare per le strade di Catania. Sono aspetti della vita quotidiana della Catania di ieri che bisogna non dimenticare.

Un breve accenno:

Ambulante (vanniannu):
Ravanelli cu tinghi tanghi,
n’ajiu russi e n’ajiu ianchi.
Vinnu favi e faviani,
parunu sciabuli di li saracini.

4) • Perché a Pechino non si può dormire?
Una rivisitazione della favola Turandot di Carlo Gozzi e dell’omonima opera lirica.
Uomo/donna, le due sorprendenti e antitetiche soluzioni all’enigma della Sfinge e al terzo enigma di Turandot.

Un breve accenno:

Peppininu (cantando):
Sbanisci, o notti! Tramuntati stiddi! Tramuntati stiddi!
All’arba vincerò! Vincerò! Vincerò!

Calaf:
Grazie per aver cantato per me questo difficile pezzo. Ho la gola arrossata e con questa umidità …


5) • Una serata gialla con i pupi siciliani: una indagine di Sherlock Holmes. Un giallo che anche il pubblico in sala può tentare di risolvere. Con l’agente Pep di Scotland Yard – ovvero Peppininu in una delle sue avventure atemporali.

Un breve accenno:

Agente Pep:
Sintissi, cumpari Holmes, v’assicuru, haju truvatu ‘a soluziuni di lu prublema.

Holmes (con sarcasmo):
Con il suo raffinato inglese di Oxford non mi ha fatto capire una sola parola. Ma che lingua ancora parlate, laggiù, nel profondo sud Europa?

Agente Pep:
Excuse me, Ser. Problem solved. Io credo di aver trovato la soluzione …


6) • Una serata gialla con i pupi siciliani: brutta la vecchiaia, vero caro Watson?
Una nuova indagine dell’agente Pep di Scotland Yard con uno Sherlock Holmes ottantenne.


E poi:

- I paladini, cavalieri con la brunia.
L’importante articolo/racconto che mette in rilievo l’errata armatura dei pupi siciliani e dell’elmo con la celata. Una preghiera ai pupari.

- Un nuovo progetto, una nuova epica si affianca a quella carolingia: l’epica siculo-normanna. Con Roberto il Guiscardo e il fratello Ruggero.

Cosa ne pensa Peppininu?
Peppininu: Nun c’abbastava Orlannu e Rinardu? Ora haju dui patruni a Parigi e dui in Sicilia!
Servu ri quattru patruni, sugnu!

-“ ‘U chiantu ra Maronna”.
Prima stesura, in dialetto siciliano, della bellissima lauda “Il pianto della Madonna” di Jacopone da Todi (1233-1306). Per un devoto spettacolo con i pupi siciliani.

 

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